In ambito sanitario il termine “perdita di chance” indica la perdita della concreta possibilità di ottenere un risultato favorevole. Non si tratta cioè dell’esito negativo in sé (ad esempio la malattia grave), ma dell’opportunità che quella persona avrebbe potuto avere di migliorare la propria salute o allungare la vita se tutto fosse andato per il verso giusto. Dal punto di vista legale, la chance è un bene giuridico a sé: si risarcisce non il danno finale ma la percentuale di probabilità persa di raggiungere quell’esito positivo. In pratica, si considera la “percentuale di speranza” che il paziente aveva al momento della diagnosi o dell’intervento: se un errore medico fa saltare questa possibilità concreta, si configura un danno risarcibile.
Per esempio, immaginiamo un paziente con un tumore curabile se preso in tempo. A causa di un errore diagnostico (p.es. un esame saltato o interpretato male), la malattia viene scoperta solo quando è già avanzata. In questo caso il paziente non perde solo una giornata di vita: perde l’opportunità concreta di essere curato in tempo, magari di vivere anni in più o con meno sofferenze. La legge tutela anche questa chance perduta. In altre parole, si valuta quale “probabilità di successo” era presente prima dell’errore e non più realizzabile dopo.
Quando il medico può essere ritenuto responsabile
Il medico (o la struttura sanitaria) è responsabile di perdita di chance quando la sua condotta negligente toglie effettivamente al paziente questa opportunità. Ad esempio, un ritardo nell’effettuare o refertare esami fondamentali, un’interpretazione errata di una radiografia o la mancata prescrizione di un trattamento salvavita possono abbassare la probabilità di guarigione o di un decorso più lungo della malattia. Secondo la Corte di Cassazione, in medicina si parla di perdita di chance quando “il comportamento del sanitario incide sulla durata della vita del paziente o sulla sua qualità”. Se senza l’errore c’era una ragionevole possibilità di miglioramento, ma questa viene vanificata, il danno è risarcibile.
Anche un semplice ritardo può bastare: la giurisprudenza italiana stabilisce che anche se l’errore del medico non avrebbe in ogni caso evitato la morte, esso può essere considerato risarcibile come perdita di chance. In altre parole, non serve dimostrare che l’errore è l’unica causa della morte, ma solo che ha tolto al paziente una possibilità concreta di vivere meglio o più a lungo. I giudici valutano le prove e stime fatte da esperti per calcolare la percentuale di vita che il paziente avrebbe potuto ancora godere senza l’errore. Il risarcimento viene quindi deciso in proporzione alla probabilità perduta: più alta era la chance di miglioramento, maggiore potrà essere il risarcimento. In pratica il giudice stima “quanto” quel tempo di vita o di salute in più avrebbero fatto la differenza e assegna un indennizzo commisurato a quella quota di speranza andata persa.
Esempio pratico: diagnosi tardiva ed aspettativa di vita
Facciamo un esempio concreto. Un uomo è operato con successo per un tumore alla vescica e viene dimesso, ma i medici non prescrivono cure aggiuntive né programmano controlli oncologici regolari. Alcuni mesi dopo, il tumore ricompare in forma più grave e il paziente muore. In tribunale, la figlia del paziente contesta la negligenza dei medici: sostiene che con cure e controlli tempestivi il padre avrebbe potuto vivere meglio nel periodo seguente e forse anche più a lungo. In effetti il perito dimostra che, benché non ci fosse guarigione certa, un trattamento tempestivo avrebbe garantito qualche mese o un anno di vita in più.
Il tribunale riconosce il diritto al risarcimento per perdita di chance proprio sulla base di questo: anche una “minima capacità di prolungare la vita del paziente” va considerata una chance risarcibile. In questo caso la figlia ottiene un risarcimento per aver perso “la possibilità di vivere meglio durante il decorso della malattia e di vivere più a lungo”. In altri termini, non si paga il danno della perdita del genitore (che è conteggiato diversamente), ma si paga la perdita dell’opportunità concreta di un tempo di vita guadagnato grazie alle cure giuste.
Conclusioni
In sintesi, la perdita di chance in medicina è un danno che copre l’opportunità mancata di un esito migliore (guarigione, vita più lunga o con minori sofferenze). Può scattare quando un errore o un ritardo medico riducono la probabilità di un buon risultato. La responsabilità sussiste se si dimostra che, senza la colpa del medico, il paziente avrebbe avuto una concreta possibilità di vivere meglio o più a lungo. L’intervento del giudice cerca così di quantificare equamente quanto di quella probabilità si è perso, riconoscendo un risarcimento proporzionale alla speranza compromessa. Questo meccanismo protegge il paziente non solo dai danni già avvenuti, ma anche dalle chance di salute che gli sono state tolte per errore.
